Redazionali

Da dove arrivano i biostimolanti?

29/09/2014

La natura ci insegna che, in un ecosistema in equilibrio, tutti gli organismi viventi sono in grado di svilupparsi, riprodursi e difendersi da altri organismi.
Le piante, ad esempio, essendo ancorate al suolo, devono per forza attivare dei meccanismi particolari per crescere, anche in condizioni avverse.

Condizioni climatiche che possono limitare la produzione di frutti, la loro pezzatura, le loro caratteristiche qualitative e, infine, rendere le piante più soggette ad attacchi patogeni.
Tutte le piante però, hanno dei sistemi fisiologici che, in condizioni ottimali, funzionano al meglio e consentono le migliori performance. Spesso questi meccanismi sono collegati al cosiddetto metabolismo secondario, strettamente connesso al metabolismo primario che, invece, coinvolge tutte quelle attività legate alla vita della pianta, cioè fotosintesi, respirazione, ecc…

Il metabolismo secondario porta invece alla produzione di molecole e sostanze che permettono alle piante di “comunicare” tra loro per segnalare un pericolo, di difendersi meglio da un’avversità, di svilupparsi e produrre comunque, anche quando le condizioni non siano le ideali.
Alcuni esempi? Le piante accumulano specifici amminoacidi (prolina, alanina, glutammina) nei vacuoli (organi all’interno della cellula) in risposta a condizioni di stress idrico, che consentono loro di sopravvivere quando manca l’acqua. Altri amminoacidi e sostanze attive vengono prodotte per favorire la maturazione dei frutti e sono indispensabili per ottenere il giusto grado di maturazione e migliorare la qualità organolettica, la consistenza della buccia e della polpa.
Se la carica di frutti è eccessiva, le piante producono sostanze ormonali, quali etilene e acido abscissico, per ridurre il numero di frutti e consentire di portare al meglio a maturazione quelli rimanenti. E per non parlare dei tantissimi meccanismi di auto-difesa che le piante mettono in atto per difendersi da organismi patogeni, attraverso la produzione di composti (glicoalcaloidi, fitoalessine, ecc…), il cui studio ha dato origine ad una nuova disciplina chiamata “Chemical Ecology”, che studia le interazioni tra pianta e patogeni, e che ha portato alla nascita dei cosiddetti “bio-pesticidi”.

 

Da qui arrivano i biostimolanti, sostanze, di origine naturale, che migliorano i processi fisiologici. Osservando le piante, il loro metabolismo e le sostanze che vengono prodotte in determinate condizioni, si è riusciti ad estrarle, dalle piante stesse e ad applicarle ad altre piante per renderle più forti e produttive. Queste sostanze di origine naturale, a basse dosi, attivano funzioni fisiologiche multiple in virtù delle loro caratteristiche stimolanti. Comprendono diverse formulazioni di composti, sostanze e altri prodotti che sono applicati alle coltivazioni o ai terreni per migliorare i processi fisiologici delle piante e aumentare così il vigore dei raccolti, la produttività, la qualità e la conservazione in post-raccolta.

ILSA, ad esempio, è riuscita ad estrarre dalle piante della famiglia delle Fabaceae sostanze naturali che migliorano il benessere delle piante a cui vengono applicate.
Triacontanolo (alcool alifatico a catena lunga), aminoacidi e altre molecole attive a basso peso molecolare, tutte naturalmente presenti nei tessuti di queste piante, riescono a stimolare positivamente il metabolismo portando all’aumento della quantità e della qualità delle produzioni. I prodotti a base di “idrolizzato enzimatico di Fabaceae” costituiscono una valida soluzione per aumentare l’efficienza delle colture, esprimendo al massimo le loro capacità, a prescindere dalle condizioni esterne.

Dove vanno i biostimolanti?

I biostimolanti sono sempre più utilizzati nella produzione agricola a livello mondiale e possono contribuire in modo determinante a vincere la sfida della continua richiesta di cibo da parte della popolazione. Oggi, infatti, sono circa 1 miliardo le persone con una disponibilità di cibo insufficiente e nei prossimi 20 anni avremo bisogno del 50% in più di cibo, 30% di acqua e 50% di energia per nutrire un numero di persone che è destinato a salire ulteriormente.

Sempre negli ultimi 20 anni, inoltre, l’aumento della popolazione è stato di molto superiore all’aumento delle rese per ettaro coltivato, per cui è necessario aumentare di molto l’efficienza delle nostre coltivazioni. L’aumento del numero di piante (pensiamo alle semine più fitte, agli impianti arborei ad alta densità) o della loro potenzialità produttiva possono solo in parte colmare questo fabbisogno, perché, contemporaneamente, aumenta la competizione per l’acqua, i nutrienti e l’esposizione alle avversità.

L’impiego dei biostimolanti riesce a contenere i fattori limitanti ponendo le piante sempre nelle condizioni ottimali e facendo loro esprimere al massimo le loro potenzialità. Ed i numeri del loro mercato, ancora giovane, sono la dimostrazione, con un valore stimato attorno ai 400 milioni di euro che gli operatori del settore prevedono raggiungerà i 2 miliardi entro il 2020 (Boschetti, L’Informatore Agrario n.27/2014), una crescita annua superiore al 10% e investimenti annui da parte delle aziende in ricerca e sviluppo fra il 3 e il 10% del fatturato.

ILSA è una di queste aziende, che investe circa l’8% del suo fatturato, ogni anno, nella ricerca di nuovi strumenti che aiutino il reddito degli agricoltori ed il benessere della popolazione.

Dal 2011, ILSA è membro dell’Ebic (European Biostimulants Industry Consortium), un ente volto a promuovere il ruolo del settore biostimolanti nell’aiutare l'agricoltura a produrre di più impiegando

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